Maria Giovanna Dessì

Maria Giovanna Dessì

Maria Giovanna Dessì è una giornalista pubblicista e project manager. Lavora presso Associazione Casa Emmaus Impresa Sociale dove è la responsabile dell'ufficio comunicazione e progettazione. Esercita l'attività di libera professionista nel campo della formazione.
E' presidente e volontaria dell'Associazione Elda Mazzocchi Scarzella

URL sito web: https://mariagiovannadessi.it/

I centrini sospesi

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Parte dall’idea di quattro donne, unite dalla passione comune per l’uncinetto, il progetto “Centrini Sospesi” installazione inaugurata ieri nel Corso Repubblica del paese di Domusnovas. Si tratta di un’opera artistica formata da 107 centrini, la maggior parte realizzati durante l’inverno, altri ricordi preziosi risalenti ai primi del 900.

Le protagoniste del progetto sono Paola(ritratta nella foto sotto), Isabella, Rita, Alessandra. Donne con età, storie e percorsi differenti, intrecciati grazie all’obiettivo comune di risvegliare l’interesse per l’arte dell’uncinetto e promuoverne lo sviluppo. 

L’uncinetto, diversamente da come si potrebbe pensare - affermano le protagoniste del progetto - è una passione non solo delle persone anziane. Soprattutto negli ultimi anni, infatti, grazie anche ai vari social, ha visto una veloce diffusione anche tra i giovani. Nella rete, si possono trovare diverse influencer attive sul tema, e non esclusivamente donne. Isabella, la più giovane del gruppo, ha proprio imparato guardando dei tutorial su YouTube. Paola, ideatrice del progetto, che ha poi coinvolto le altre donne, ha iniziato ad appena 9 anni, grazie agli insegnamenti della zia, sorella della madre. Così come Rita, che ha imparato dalla madre. Diversa la storia di Alessandra che ha incontrato la passione in edicola, osservando e acquistando nella storica edicola di signor Cardia i primi giornali dedicati al tema. Affermano le protagoniste: “Con l’uncinetto si può creare tutto ciò che la nostra fantasia ci propone, non solo centrini o oggettistica per la casa. L’unico aspetto di cui tener conto è che questa passione necessità di una grande attenzione, di una bona vista e di tanta manualità. Sbagliare un punto significa rifare tutto da capo.” Un’attività con tanti benefici da diversi punti di vista e che oltre all’energia creativa e alla bellezza che permette di creare contribuisce a ridurre lo stress, ad abbassare l’ansia e aumentare la fiducia in sé stessi e nelle proprie capacità.

Il futuro del progetto è già oggi, con la programmazione di nuove installazioni in diverse zone del paese.

Queste donne senza saperlo sono delle vere e proprie programmatrici, la matematica e la geometria sono infatti alla base dei loro intrecci. Intrecci che costruiscono reti preziose formate da persone accomunate dallo stesso obiettivo di donare bellezza alla comunità.

Il progetto “centrini sospesi” è realizzato con il patrocinio del Comune di Domusnovas e con il supporto dell’Associazione Francesco Lamieri.

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Studiare per scrivere un futuro migliore

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Studiare è un modo per guardare avanti, sperare in un futuro migliore.

 
 
Wissam è arrivato in Italia grazie ad un progetto innovativo, ideato e finanziato da Casa Emmaus, su idea della presidente Giovanna Grillo, in collaborazione con l'ambasciata di Damasco, nella persona di Elia Caporossi e l'Università di Cagliari.
Arrivato con un permesso da studente Wissam, ha terminato a Cagliari gli studi economici universitari iniziati in Siria.
Attualmente lavora a Casa Emmaus, dove è un mediatore culturale, e vive a Iglesias, la sua nuova casa.
Ho pensato di intervistare Wissam, che vediamo nella foto con la sua compagna di Iglesias, per raccontare questo bel progetto che ha permesso a 10 studenti di arrivare in sicurezza in Italia
 
 
Come hai saputo dell'opportunità offerta dal progetto di Casa Emmaus?
L'ho saputo da un gruppo di monaci del monastero di Mar Mousa nella mia città, che si chiama Alnabek.
 
Cosa pensavi mentre con l'aereo arrivavi in Italia?
In verità le mie idee erano molto vaghe e confuse, pensavo a quello che mi ero lasciato dietro e a quello che avrei dovuto affrontare una volta arrivato.
 
Hai saputo subito che saresti venuto in Sardegna?
Sì, sapevo che avrei continuato a studiare all'università di Cagliari.
 
Come ricordi il giorno del tuo arrivo in Sardegna? Quali immagini e sensazioni sono stampate nei tuoi ricordi?
Lo ricordo come l'inizio di una nuova vita.
 
Sei arrivato da solo o con i tuoi amici?
Sono arrivato con un amico, che adesso abita a Cagliari.
 
Come è stato il passaggio dall'Università Siriana a quella di Cagliari?
Per quanto riguarda i documenti e tutta la burocrazia necessaria è stato abbastanza facile, soprattutto grazie all'aiuto che ho avuto sia dall'Università di Cagliari sia da Casa Emmaus. Ambientarmi invece è stato più complicato, non era facile comunicare con i professori né con i colleghi.
 
Senti ancora i tuoi ex colleghi dell'università in Siria? Cosa raccontano?
Certo, li sento ogni tanto. Mi raccontano le difficoltà della situazione, come la mancanza di strumenti ma anche di professori, molti dei quali fuggiti durante la guerra.
 
Come ti trovi a Iglesias e cosa sogni per il tuo futuro? 
Mi trovo bene, in particolare dopo che ho trovato un lavoro e una casa.
Per il futuro non ho ancora le idee chiare, ma spero di continuare gli studi e di rendere ancora più stabile la mia vita.
 
Ci racconti il giorno della tua laurea?
È stata bellissimo. Dopo una strada lunga e non facile ho potuto vedere il frutto di tutte le difficoltà che ho affrontato. Mi ha fatto proprio dimenticare tutta la fatica fatta e mi ha dato una spinta molto forte per andare ancora avanti.
 
Cosa consiglieresti ad un tuo coetaneo Afghano che si trova nella tua stessa situazione?
Per prima cosa, di avere sempre fiducia in sé stesso e di pensare che le cose andranno meglio, con un po' di pazienza. E poi, gli consiglierei di imparare al più presto la lingua, che è fondamentale per andare avanti e integrarsi.
 
 
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La bellezza dei dimenticati

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Arianna Di Romano, originaria di Domusnovas, vive a Gangi, piccolo borgo della Sicilia.

Ha sempre amato la fotografia, fin da adolescente, quando si cimentava con la macchina fotografica regalata dal padre a ritrarre e incorniciare la famiglia nei suoi momenti di più intensa convivialità.

Tra i suoi primi scatti, un pranzo in famiglia del 1978 e il giuramento del fratello in Toscana. Aveva 12 anni e una polaroid.

Un ruolo importante nella sua formazione, non solo fotografica, l'ha avuto il padre. “Quando i Rom venivano da noi in officina per acquistare delle auto mio padre mi chiamava sempre, mi chiedeva di portare i giochi e di condividerli con i bambini dei suoi clienti, per me era naturale”.

Un'attitudine e inclinazione verso il prossimo che ha permesso ad Arianna di visitare in diverse parti del mondo le comunità più povere e diseredate e di trascorrere con loro intere giornate, alla ricerca dello scatto che potesse raccontare meglio l'essenza di quelle persone.

“Le persone più fortunate, amate, apprezzate sono già raccontate, preferisco soffermarmi su coloro che vengono definiti “diversi”, esplorare la loro spiritualità, la loro speranza.”

La sua prima mostra è stata allestita a Cagliari, all'Exmà e raccontava i suoi sei mesi trascorsi in Asia. Da quel giorno sono tanti i viaggi e le mostre che hanno visto le sue foto protagoniste, tanto da essere definita da alcuni la nuova Dorothea Lange della fotografia.

Tra i suoi soggetti preferiti i bambini e gli anziani. “I più fragili - afferma Arianna- , coloro che non possono scegliere e che in qualche modo dipendono dagli altri”.

Viaggi al contrario, verso le periferie. Sono queste le mete preferite di Arianna, luoghi dove lei sceglie di soggiornare e condividere, quando le viene concesso, ogni istante della quotidianità di queste comunità a i margini della società. Cambogia, Vietnam, Thailandia, Laos, Malaysia, Giappone, Serbia, Bosnia, Polonia, Romania sono alcuni dei Paesi che lei ha raccontato con la sua fotografia sociale, di denuncia.

I suoi scatti sono promossi e esposti grazie al supporto di un curatore, ma è lei che sceglie i luoghi e le comunità da visitare, i suoi non sono scatti commissionati. Una libertà che lei definisce fondamentale per cogliere la bellezza dentro ogni sguardo.

E mentre le sue foto attendono di essere esposte a San Paolo in Brasile e a Copenaghen, al Festival della fotografia, tra i suoi prossimi progetti c'è un viaggio nelle navi Cargo e un altro nei treni che portano verso la Mongolia. Oltre a questo c'è anche una promessa: una mostra a Domusnovas.

 

 

 

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L'essenza, nella semplicità

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Alice ha 12 anni. Lo scorso autunno ha realizzato questa intervista per la sua ricerca di Scienze. La semplicità delle parole di Fabrizia e l'importanza della tematica mi ha spinto a chiedere ad entrambe l'autorizzazione a pubblicare questo articolo, che potrebbe essere utile a tante mamme e papà e non solo. Domani, 15 marzo, ricorre inoltre la giornata di sensibilizzazione contro i Disturbi del Comportamento Alimentare, un altro motivo per condividere questo articolo che somiglia tanto nella semplicità quanto nella completezza ad entrambe le protagoniste di cui vi ho parlato.

Fabrizia si è laureata in psicologia clinica a Roma presso l’Università Pontificia Salesiana ed è attualmente specializzanda in psicoterapia presso la scuola Ifrep di Roma con orientamento analitico transazionale socio cognitivo, ossia un approccio integrato. Sia per la laurea triennale, che per quella specialistica, ha scelto di approfondire il tema dei DCA, in particolare nell’ultima tesi ha svolto una ricerca empirica su alcune componenti intrapsichiche in un campione di pazienti con DCA. Dopo la laurea ha svolto il tirocinio professionalizzante presso il centro residenziale “Palazzo Francisci” di Todi, nel quale ha proseguito, dopo l’abilitazione alla professione, la sua esperienza lavorativa per circa due anni. Fabrizia è oggi la coordinatrice della Struttura "Lo Specchio" di Iglesias, ha 28 anni.

I disturbi alimentari

Intervista  di Alice Caterina Soletta a Fabrizia Falco, psicologa psicoterapeuta in formazione 

I disturbi alimentari sono patologie psichiatriche complesse caratterizzate da alterazione delle abitudini alimentari e eccessiva attenzione per il peso e le forme corporee. In Italia ne soffrono più di 3 milioni di persone.

I disturbi dell’alimentazione, seconda causa di morte tra i giovani dopo gli incidenti stradali, vengono considerati patologie a genesi multifattoriale, in cui fattori di rischio di vario tipo renderebbero alcuni soggetti maggiormente vulnerabili. Gli elementi di rischio coinvolti nell’insorgenza di un DCA si possono suddividere in: socio-culturali, familiari ed individuali.

Alcuni, considerati fondamentali nel determinare l’aumento di incidenza dei DCA, sono il corpo e la pressione culturale verso la magrezza; il ruolo dei mass media; il cambiamento del ruolo sociale della donna.

Spesso il modello di alimentazione disturbata si ritrova nella famiglia d’origine. È molto comune che un genitore abbia lottato a lungo per il controllo del peso e si sia sottoposto a diete; ciò ha numerose conseguenze tra le quali la principale è un effetto di modellamento sulla figlia che imita direttamente il comportamento del genitore.

E’ probabile che le ragazze con DCA abbiano madri con forte tendenza alla magrezza, paure relative all’immagine corporea e comportamenti bulimici frequenti. Alcune ricerche hanno dimostrato che le madri delle bulimiche hanno un peso corporeo inferiore rispetto alle madri di ragazze che non soffrono di DCA. Tuttavia, un trascorso di anoressia o bulimia nervosa in un genitore non determina necessariamente il disturbo nella figlia, specialmente se il genitore ha raggiunto la guarigione, risolvendo le proprie difficoltà legate al cibo e all’immagine corporea. Le ricerche di Minuchin hanno individuato la presenza, nelle famiglie con problemi di anoressia, di quattro modelli di interazione disfunzionale: invischiamento, iperprotettività, evitamento del conflitto, rigidità.

Sono tante conseguenze che i DCA hanno sulla vita della persona: isolamento sociale che impedisce il funzionamento normale della persona, conseguenze fisiche di vario genere come ad esempio difficoltà gastrointestinali, osteoporosi e difficoltà a vivere serenamente momenti conviviali in compagnia.

I DCA essendo patologie psichiatriche necessitano di un percorso di cura ben strutturato svolto da un equipe multidisciplinare con psichiatra, medico nutrizionista, psicoterapeuta. Per questa malattia ci sono vari livelli di cura: ambulatoriale, semi residenziale, residenziale, ospedaliero.

La comunità “Lo Specchio” di Iglesias in Sardegna, è l'unica struttura in Italia residenziale e semi residenziale terapeutico riabilitativa, convenzionata con il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), specializzata nella cura e nella riabilitazione di coloro che sono affetti sia da dipendenza alimentare che da dipendenza patologica. Il Dott. Leonardo Mendolicchio, Medico Psichiatra, Psicanalista uno dei maggiori esperti di DCA in Italia, Responsabile U.O.C. Riabilitazione DCA dell’Istituto Auxologico italiano di Piancavallo, da quest'anno ricopre il ruolo di Direttore scientifico di questa comunità ed ha strutturato, insieme al team di professionisti all'interno di questa comunità, un protocollo innovativo per la contestuale cura di entrambe le comorbilità.

Maggiori info al sito www.lospecchiodca.it

 

 

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